Pittore · Santarcangelo di Romagna
Giulio Turci
1917 – 1978
01 — L'artista
Una diversa urgenza
Giulio Turci nasce a Santarcangelo di Romagna il 1° gennaio 1917, in una famiglia dove l'arte è di casa. Il padre, clarinettista e fotografo, costruisce negli anni Venti il cinema Eden, prima sala cinematografica del paese. La madre, Maria Sarti, ha calcato il palcoscenico fino in America.
Da ragazzo studia violoncello ai Licei Musicali di Rimini e Pesaro, ma presto avverte una chiamata diversa: tradurre in segno e colore quella stessa geometria che ritrova nella musica di Bach, Vivaldi, Mozart. Autodidatta per scelta, costruisce la propria formazione guardando i maestri del Quattrocento — Piero della Francesca, Paolo Uccello — e i contemporanei che più sente vicini: Carrà, Sironi, Morandi. Studia il cinema di Visconti e del grande realismo francese. Osserva le tarsie lignee di Rimini e Pesaro, i mosaici di Ravenna, le nature morte settecentesche di Nicola Levoli.
Da tutto questo distilla uno stile inconfondibile: una pittura ermetica e meditativa, venata di silenzio, dove il tempo si ferma e ogni cosa — una sedia sulla spiaggia, un ombrellone, un violoncello senza corde — diventa geroglifico di qualcosa di più grande.
02 — L'opera
Tre stagioni di pittura
La pittura di Turci attraversa tre stagioni.
Nei primi anni, tra la guerra e l'immediato dopoguerra, dipinge paesaggi e scene di lavoro con una materia densa e terrosa, vicina alle tavolozze spente di Carrà e Sironi. Già in questa fase emerge il suo tratto distintivo: figure immobili, spazi svuotati, un'aria sospesa che non appartiene a nessuna ora del giorno.
A partire dagli anni Cinquanta trova il suo mondo. La spiaggia romagnola — non quella del turismo e delle cartoline, ma quella povera e fuori stagione — diventa il teatro di tutta la sua ricerca. Turci dipinge venditori di palloni che sembrano sul punto di levarsi in volo, bagnanti della domenica immobili sotto tende rattoppate, pescivendole in bicicletta, matrimoni sulla battigia, musicanti al cospetto di un mare color piombo. Sono figure che non agiscono: stanno. Aspettano qualcosa che non arriverà, o che è già accaduto senza che nessuno se ne accorgesse. La materia pittorica si fa generosa, lavorata a spatola, con terre grigie, ocra, rosa, celesti, argento e oro ruvido.
Nell'ultimo decennio la pittura si alleggerisce. I colori si rarefanno, la luce prende il sopravvento sulla materia. I palloni non sono più ancorati a terra ma volano, i violoncelli riposano muti dentro armadi socchiusi come reliquiari dell'anima. È una pittura che si fa sempre più incorporea, come se l'artista stesse imparando a staccarsi dalla gravità delle cose.
In tutte le stagioni resta costante la lezione della luce adriatica — quella luce opaca e polverosa, né calda né fredda, che Turci condivide con i mosaici di Ravenna e con i marmi bianchi del Tempio Malatestiano. Una luce che non illumina dall'esterno ma sembra emanare dagli oggetti stessi, come un ricordo che affiora.
03 — Il mondo
Oltre l'Adriatico
Turci espone per la prima volta nel 1942 alla Mostra Interprovinciale di Forlì. Da quel momento l'attività espositiva non si interrompe più: decine di personali e collettive in tutta Italia — Bologna, Milano, Roma, Verona, Ravenna, Ferrara, Mantova — e all'estero, alla Piccadilly Gallery di Londra e alla Wittemborn Gallery di San Francisco nel 1963, alla Galleria Comunale di Belgrado nel 1970.
Tra i riconoscimenti, il Premio Bianco e Nero per la grafica a Savignano nel 1952, il primo premio alla Mostra del Disegno di Ferrara nel 1957, il Premio Suzzara nel 1966, 1968 e 1970, e la Medaglia d'Oro del Senato della Repubblica ricevuta a Cesena nel 1970.
Ma è il legame con l'Erzegovina a rivelare quanto la sua arte parli un linguaggio che oltrepassa i confini. Dal 1965, invitato dall'editore Ico Mutevelić, Turci si reca più volte a Mostar, espone in Jugoslavia, si immerge nella cultura adriatica orientale. Gli artisti d'Erzegovina riconoscono in lui un fratello: nella sua pittura ritrovano la stessa intensità contemplativa, lo stesso senso del sacro nascosto nelle cose comuni.
Viaggiatore instancabile, visita la Grecia, la Spagna, l'Algeria, la Tunisia, Malta, la Russia, Bangkok, Hong Kong. Dall'Africa riporta il sentimento del vuoto perfetto — quello stesso vuoto che abita le sue spiagge dipinte, analogo al silenzio delle sabbie e dei suoi violoncelli senza corde.
Giulio Turci muore il 3 febbraio 1978, in Kenya, durante uno dei suoi viaggi.
Voci
«Chi s'accosti alle discrete finestre notturne che sono i dipinti di Turci vede emergere questo paese e lo coglie un pauroso, piacevole stupore. Poiché è una luce che tutti sappiamo di aver vista, ma dove e in che luogo? È la luce come appare nel sogno.»
Nino Pedretti, 1965
«Da questa carica di nostalgia nasce la pittura di Turci: una ricerca volta a rinvenire il gusto domestico e paesano di un tempo perduto. In questa attesa di un impossibile miracolo, dove cose e persone mantengono pur tuttavia la loro precisa strutturale evidenza, si colloca l'umore poetico della pittura di Turci.»
Flavio Nicolini, 1961
Per approfondire la figura di Giulio Turci — saggi critici, antologia, cataloghi, testimonianze degli amici.
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